domenica 29 maggio 2016

ho partorito in India

Sono arrivata a Bangalore nell’aprile del 2013 per via del lavoro di mio marito. In precedenza lui aveva lavorato al Cairo, ma io ero rimasta in Italia, dove avevo un lavoro che mi appagava. Essendo però Bangalore molto più distante del Cairo, ho deciso di fare le valigie e installarmi qui con lui. Il primo anno l’ho dedicato a godermi le cose belle che la vita d’expat ci regala: scoprire il posto e la nuova cultura, tessere amicizie, viaggiare. Il secondo anno è stato quello della gravidanza. E il terzo, quello con Eugenio, nato a Bangalore con parto cesareo.
Devo dire che ho avuto modo di apprezzare gli aspetti positivi della sanità privata di Bangalore nell’ultimo periodo della mia gravidanza, quando una placenta bassa mi ha costretto a un paio di settimane in ospedale. Ero già molto contenta del rapporto con la mia dottoressa. Scegliere un medico qui non è difficile. Ce ne sono molti che studiano e cominciano la loro pratica negli Stati Uniti o in Inghilterra, e poi tornano qui e lavorano in cliniche private, assicurandone ottimi standard. Quello che si riceve è dunque una fusione tra la professionalità occidentale, quindi con pratiche mediche moderne e di tutta fiducia (ho anche scoperto che esiste un protocollo internazionale di procedure per le gravidanze e i parti), e la mentalità indiana nella cura del paziente. Fin dall’inizio mi sono sentita presa in carico e seguita con molta attenzione e affetto dalla mia dottoressa, che da subito mi ha fatto capire che quello che le stava a cuore era la mia tranquillità.
Quest’attenzione estrema verso il paziente l’ho sperimentata in ospedale prima del parto. Ero stata ricoverata a causa di alcune perdite e nelle due settimane di permanenza, ero continuamente visitata, incoraggiata, seguita. Ogni dieci minuti qualcuno entrava nella mia stanza per propormi uno snack, il quotidiano, un controllo della pressione o soltanto per vedere se stavo bene o se avevo bisogno di qualcosa… Non è solo il concetto privacy ad essere diverso, è proprio l’approccio al paziente che ha questo ingrediente di calore umano, vicinanza e incoraggiamento. Ad esempio qui ho sempre avuto la sensazione che mi spiegassero per bene tutto quello che dovevo sapere. Mentre magari i medici italiani, forse anche per eccesso di professionalità, a volte parlano un linguaggio “medichese”, che lascia delle zone d’ombra nelle loro spiegazioni, qui si prendono il tempo per spiegare tutto con semplicità e chiarezza , con il risultato che ci si sente rilassate e a proprio agio con il decorso della gravidanza (o della malattia).
Il mio è stato un cesareo programmato, ed è andato tutto bene. Avevo una stanza singola con bagno, e il bebè in camera con me (qui non si usa il nido salvo che per la terapia intensiva e anche il primo bagnetto si fa in camera con la mamma, mentre infermiere e neonatologo spiegano come fare). Anche lì c’era un continuo carosello di infermiere che entravano per vedere se andava tutto bene, ma questa umanità è sicuramente un plus, soprattutto in momenti in cui si è vulnerabili e lontane chilometri e chilometri dalla famiglia, dagli amici, dalla propria rete di supporto. Le infermiere che mi hanno assistita alla nascita mi facevano sentire come se fossi parte della loro famiglia e tutt’ora, ogni volta che vado alla clinica per una visita pediatrica, guai se non salgo al reparto neonatale a far veder loro i progressi nella crescita di Eugenio!
 Mi sono dunque trovata molto bene, sia durante tutta la gravidanza, che al momento del parto e subito dopo (dopo 48 ore si va a casa ma con una terapia del dolore da seguire che non mi ha mai fatto sentire alcun male dovuto al taglio) . Nonostante la tariffa davvero modesta (circa 100 euro al giorno per una stanza singola con bagno, appunto), il servizio e la struttura sono impeccabili.
Certo, ci sono delle differenze con i nostri sistemi, naturalmente. Ad esempio il piano vaccinale indiano è molto più complesso di quello italiano: nei primi sei mesi di vita del bebè, somministra i vaccini che in Italia sono spalmati sui primi due anni.
Stare a contatto con gli indiani dopo il parto permette anche di venire a conoscenza di una serie di usanze culturali che caratterizzano questo momento della vita. Ad esempio, i bebè vengono fasciati, non stretti stretti come poteva accadere quando erano infanti i nostri nonni, ma vengono comunque avvolti con fermezza in un panno di cotone che li tiene raccolti e ricorda loro il grembo materno.
E in effetti, questa pratica che a noi può sembrare antiquata, si è dimostrata ottima per calmare il bambino nei momenti del pianto. Poi ci sono le raccomandazioni popolari delle vicine di casa o della maid, che non ho seguito, ovviamente: non lavarsi i capelli per quaranta giorni dopo il parto (la madre deve stare assolutamente attenta a non compromettere il suo stato di salute, quindi avere i capelli umidi potrebbe esporla a raffreddori) o tenere la bambagia nelle orecchie, in modo da proteggerle da correnti d’aria. Ci sono poi una serie di cibi che vengono preparati e offerti apposta alla puerpera per mantenerla in forze e in salute. Tra questi una ricetta a base di ghee (burro chiarificato), che è una bomba di calorie e che la nostra mentalità occidentale, impegnata da subito dopo il parto a buttar giù chili, rifuggirebbe come la peste. I medici cercano di spiegare l’inutilità o la dannosità di queste pratiche …ma spesso invano!
Altra usanza molto diffusa, anche nei ceti sociali abbienti, è quella di mandare le donne che hanno appena partorito a vivere dai suoceri, che sono una presenza altamente ingombrante nel matrimonio. Mi è stato addirittura raccontato di un caso in cui una poveretta in travaglio ha dovuto aspettare l’autorizzazione dei suoceri per avere l’epidurale!
La clinica dove ho partorito è il Columbia Asia Hospital presente in Malesia, India, Indonesia e Vietnam, e la mia ginecologa chirurgo è la dottoressa Jyothi V. Shenoy, che resterà sempre impressa positivamente nella mia memoria come parte di questa avventura speciale che è stata avere un bimbo MADE IN INDIA.

Silvia
Bangalore, India
Maggio 2016(post originale)

giovedì 7 aprile 2016

Nonostante il dolore, ne vale proprio la pena!

Mancavano 2 giorni alla DPP della mia prima gravidanza e la mattina mi sveglio con il mal di schiena, cosa che non mi era mai successa nei 9 mesi. Non ci faccio particolarmente caso anche perchè si trattava di un dolore costante e non “a ondate” come mi avevano descritto le contrazioni, così mi alzo e inizio a sbrigare un po' di faccende in casa. Saltuariamente sentivo la pancia indurirsi, ma senza alcun tipo di dolore: una sensazione che avevo già provato nei giorni precedenti, ma per non più di 4/5 volte nell'arco della giornata. Dopo un po' inizio a rendermi conto che queste contrazioni si ripetono, lo faccio presente a mio marito che si stava preparando per andare al lavoro e decidiamo di iniziare a cronometrare durata e frequenza: 40/50 secondi ogni 5 minuti, ma senza alcun tipo di dolore, solo indurimento della pancia. Chiamo la mia ginecologa per chiederle consiglio e mi dice di riprendere i tempi dopo due ore e se non sono sparite o molto diradate, di fare un salto in ospedale a farmi controllare, anche se mi avverte che probabilmente mi rimanderanno a casa, perchè le contrazioni “giuste” sono dolorose! A questo punto, mio marito mi dice: “Secondo me ci siamo, meglio che per oggi resti a casa con te!”.
La mattinata trascorre con contrazioni via via più frequenti, più lunghe e anche leggermente più dolorose, ma io cerco di distrarmi e di continuare le mie attività in casa, anche per agevolare il travaglio attivo! Preparo il pranzo, mangiamo (per fortuna!!!) e poi decidiamo di andare in ospedale: le contrazioni, ora decisamente dolorose, durano oltre 1 minuto e si presentano ogni 3 minuti!
Arrivati al PS intorno alle 13 con la massima calma mi fanno l'accettazione e finalmente mi visitano: il battito del piccolo è regolare, la sua posizione sempre cefalica per fortuna, ma ancora alto. Ci rimango malissimo, però, quando mi dicono che la dilatazione non è ancora iniziata, che il collo dell'utero non si è neanche ancora appianato e che quindi mi rimanderebbero a casa. Noi ci opponiamo, dicendo che a quel punto non avemmo saputo quale fosse il momento giusto per tornare in ospedale. Così non mi ricoverano ma ci fanno accomodare in una saletta, dicendo che mi rivedranno dopo due ore.
Alle 15 nuova visita durante cui perdo il tappo e inizio a sanguinare, mi fanno un'eco interna che verificare che sia tutto ok, ma ancora nessuna dilatazione, solo il collo dell'utero si è appianato per 2/3.
Alle 17 altra visita con scollamento delle membrane (ma durante la contrazioni in modo tale che non si sente nessun dolore per la manovra!) e monitoraggio che rileva contrazioni forti e costanti, l'ostetrica si stupisce di come io le sopporti bene! Decidono finalmente di ricoverami, mi assegnano il letto e mi invitano a fare una doccia calda, che si rivela molto piacevole.
Per fortuna in tutto ciò mio marito non mi ha mai lasciato un attimo, neanche per andare in bagno!!! Non so davvero come avrei fatto senza di lui!
Alle 18.30 nuovo monitoraggio (che in realtà è una tortura perchè mi obbliga a letto per 20 minuti e stando ferma le contrazioni sono molto più fastidiose!), ma niente visita. Preferisco trascorrere il tempo in corridoio passeggiando, piuttosto che in camera. Le contrazioni ora sono molto forti, tolgono il fiato e soprattutto comincio a essere un po' stanca e demoralizzata per il fatto che la dilatazione non procede (stesso problema che aveva avuto mia mamma ai suoi due parti, risolto con ossitocina che io però preferirei evitare...), ma continuo a respirare e dondolare il bacino, senza lamentarmi. Portano la cena ma io non riesco a mangiare nulla, mi metto solo da parte dei grissini e un formaggino, il resto se lo mangia il futuro papà!
Alle 20 i dolori sono davvero insopportabili, mio marito continua a chiedermi se per caso non ho voglia di spingere, ma i dolori sono così forti che non riesco più a capirci nulla... Decido di andare a cercare l'ostetrica per chiedere l'epidurale a cui in teoria ero contraria, ma per fortuna avevo fatto tutti gli esami e gli incontri previsti per poterla richiedere. Lei mi dice che mi deve visitare perchè devo aver raggiunto almeno i 3/4 cm di dilatazione altrimenti rischia di bloccare il travaglio e alla visita precedente (3h prima) la dilatazione non era ancora iniziata. Appena mi posiziono sul lettino, lei sgrana gli occhi e mi dice: “Altro che epidurale qui... ma non hai voglia di spingere?!?”, io rispondo che non lo so, sento tanto male e basta... Lei per tutta risposta chiama subito la sala parto, la ginecologa e gli infermieri con la barella per parto urgente dato che la mia dilatazione era completa!!! Che sollievo, finalmente!!! Questo mi ha aiutato a recuperare energie!
Non mi ero neanche messa la camicia da notte, ero ancora vestita così come sono arrivata in ospedale proprio perchè fino a pochi minuti prima passeggiavo per i corridoi, il cortile, le scale per distrarmi dal dolore. Mi portano su così (la camicia per il parto non l'ho neanche usata!) in barella attraverso i corridoi affollati di parenti per l'orario di visita e mandano mio marito a “purificarsi”, cioè a cambiarsi per poter entrare con me in sala parto. Il fatto di non averlo più vicino mi ha molto destabilizzata, ma per fortuna lui è stato velocissimo e mi ha raggiunta subito, tutto vestito di verde!
In sala parto continuo a non sentire bisogno di spingere, ma solo tanto male per le contrazioni, ora fortissime e molto ravvicinate; mi consigliano di provare la posizione sul fianco, ma così non riesco assolutamente a spingere e sopporto malissimo le contrazioni, però l'ostetrica insiste... e solo dopo un po', vedendo le mie difficoltà (ho iniziato a lamentarmi e a pensare seriamente di non farcela!), acconsente a farmi cambiare posizione: allora provo accucciata per terra reggendomi alla pediera del letto, così va molto meglio e in poche spinte l'ostetrica, con uno specchio posizionato tra i miei piedi, vede affiorare la testolina. Mi fa rimettere sul letto, questa volta seduta tenendomi le ginocchia, altra posizione che si è rivelata molto comoda per spingere.
Per tutto il tempo tra una contrazione e l'altra, monitoravano il battito e sentire il suo cuoricino mi dava tanta energia per andare avanti! Mio marito, invece, mi rinfrescava la fronte con un panno bagnato e mi dava da bere, anche questo mi ha molto aiutato!
Spinta dopo spinta però la situazione non si sbloccava, era passata più di un'ora e improvvisamente il battito non era più ottimale. Così l'ostetrica mi pratica l'episiotomia  e finalmente alle 21.15 sbuca fuori in mezzo alle gambe il mio fagottino, tutto insieme con un'unica spinta, tutto blu (mio marito mi dice: “Abbiamo fatto un puffo!!!”), ma subito ha iniziato a piangere come un disperato! L'hanno avvolto in un telo caldo e me l'hanno posato sul petto: che sensazione incredibile! Ha smesso subito di piangere, mi ha guardato con i suoi occhioni blu ed è stato amore a prima vista. Mio marito era vicino a me, ci siamo guardati entrambi con gli occhi lucidi e baciati! Non potevo crederci di avercela fatta e di essere mamma!
Il ragazzino, però, nella sua uscita impetuosa ha fatto un po' di danni alla sua mamma, così stavo perdendo parecchio sangue... mi hanno tolto il piccolo che è andato in un angolo della sala con il suo papà in estasi, la neonatologa e l'infermiera per il suo primo bagnetto e la visita di routine.
A me, intanto, hanno fatto l'anestesia locale per poter procedere alla sutura, non ho idea di quanti punti mi abbiano dato, so solo che non la finivano più! Per fortuna con l'anestesia non sentivo nessun dolore ma solo fastidio che ormai comunque non tolleravo più, poi io non vedevo l'ora di potermi riprendere il mio dolcissimo fagottino, che nel frattempo mi aveva raggiunto vicino al letto, tutto lavato e vestito, tra le braccia del papà.
Terminato finalmente l'odioso ricamino, ci hanno lasciati noi tre soli nella stanzetta di osservazione per circa due ore e il piccolo si è subito attaccato al seno, che bellissimi momenti!!! Abbiamo chiamato i neo-nonni che non sapevano neanche che fossimo andati in ospedale perchè io non avevo voluto avvisare nessuno, erano felicissimi, davvero senza parole! La cosa veramente incredibile è come, dopo tanto dolore e sofferenza, una volta finito tutto, io stessi benissimo!!! Ma proprio da un momento all'altro!!!
Tornata in camera, mi sono divorata i grissini con formaggino e altre scorte alimentari che per fortuna mi ero portata da casa, avevo una fame... La notte poi non ho chiuso occhio, avevo troppa adrenalina in corpo e non riuscivo a staccare gli occhi dal visino di quel tesoro che se ne dormiva beato nella sua culletta vicino al mio letto.
Dopo i classici 3 giorni siamo stati dimessi e per circa una settimana i punti sono stati un po' fastidiosi, camminavo a fatica e soprattutto mi dava fastidio stare tanto in piedi, ma per il resto è andato tutto benissimo. Non vedevo l'ora di rivivere tutte quelle splendide emozioni, perché nonostante il dolore davvero forte, ma non insopportabile, ne vale proprio la pena! E infatti dopo 25 mesi è arrivato un fratellino, ma questa è un'altra storia...
Grazie se vorrete pubblicare il mio racconto!

venerdì 24 aprile 2015

qui in Danimarca

Cara collega
capisco che alla tua giovane età (che deduco rileggendo tuoi interventi precedenti) ci si possa sentire così "punte nel vivo" quando una donna racconta delle violenze subite da una di noi che scatta il desiderio di difendere la nostra categoria, attaccando e sconfermando le esperienze e i vissuti portati dalle donne.
Credo però che questo atteggiamento - ostetrico - sia da evitare o almeno contenere perchè di fatto è una nuova aggressione alle donne che hanno subito un'assistenza ostetrica che le ha fatte sentire violentate (o le ha realmente violentate). Purtroppo non ho elementi per ritenere che le esperienze negative riportate, sia sul piano assistenziale che umano e relazionale, non siano reali o addirittura siano legate a qualche fragilità psicologica delle donne che le raccontano. Con tutta onestà, in molti ospdeali (forse non nel tuo, ma ... è davvero un'eccezione), possono accadere con maggior o minor frequenza situazioni di violenza psicologica o di assistenza inappropriata.
In 15 anni di lavoro in Italia, in grandi ospedali del Nord, ho più volte riscontrato esperienze di cattiva assistenza. Credo valga la pena di riflettere che per noi "cattiva assistenza" è quella che esita in problemi seri al neonato e alla mamma, ma non consideriamo "cattiva assistenza" i traumi psicologici o fisici (nel caso di prolungato dolore ai rapporti dopo un'episio o una lacerazione mal suturata) , spesso inscindibili. E' vero che quasi nessuna di noi vede le donne nel tempo, dopo che le ha assitite, e talvolta anche se le incontra tende a giustificare/normalizzare un'assistenza discutibile, incrementando il senso di frustrazione, rabbia, inadeguatezza.
Le esperienze che ho avuto all'estero, all'inizio della mia esperienza lavorativa e ora, mi hanno portato a riflettere su quanto da noi in Italia ci sia pochissima formazione oltre che ad un'assistenza basata su prove di evidenza (che ci "urlano" di limitare le episio a pochissimi casi) ma anche ad una comunicazione basata sull'ascolto.
E' vero che nei nostri corsi di laurea ci sono molte ore di psicologia, pedagogie sociologia ecc., ma i saperi di queste discipline poco ci servono se non facciamo un lavoro su noi stesse, di comprensione dei sentimenti aggressivi che proviamo di fronte a una donna arrabbiata - giustamente - di fronte alla messa in discussione, e soprattutto se non ammettiamo che siamo fallibili, che possiamo sbagliare, anche se siamo animate dalle migliori intenzioni.
In Inghilterra e qui in Danimarca ogni settimana abbiamo momenti di riflessione critica del nostro operato, siamo sanamente costrette a vedere gli errori e apprendere da essi. Se una donna scrive una lamentela è seriamente considerata, ci si chiede cosa come operatore ho fatto per cui lei ha quel vissuto, quella lamentela da fare; si ascolta, si chiede scusa e prima di etichettarla come problematica psichica ci si guarda dentro.
Ti posso assicurare che negli anni ho visto donne psicologicamente sanissime essere devastate da cattive assitenze al parto e soprattuttuo, dopo, dal fatto che oltre alla cattiva assitenza si sentivano etichettate come persone con problematiche psicologiche.
Per me è stato un passaggio chiave il lavoro su di me per arrivare ad un ascolto il più possibile non giudicante e non etichettante, e il confronto costante con le colleghe su atteggiamenti che, pur con le migliori intenzioni, non avevano certo effetti positivi sulle donne.

ost75 (post originale)

lunedì 2 marzo 2015

una foto dal futuro

Intorno alla data presunta del parto, l’angoscia si era riaffacciata di prepotenza. Mi ero messa in testa che per il buon esito di tutto quanto avevo una lista di “cose da non fare”, tipo andare dal parrucchiere e rispondere al telefono e alle varie messaggerie. Non volevo andare dal parrucchiere perché l’avevo fatto prima di partorire la Stellina in modo da essere “in ordine” per dopo – e poi non avevo potuto muovermi per tre settimane, così da qualche parte era spuntato il pensiero che se invece fossi andata in ospedale spennata e coi capelli a carciofo, il parto sarebbe andato liscio e mi sarei ripresa prima così sarei andata dopo a farmi sistemare. Più seriamente, avevo bisogno di fare silenzio intorno a me e dentro di me. All’approssimarsi della DPP della Stellina chattavo in continuazione nei forum e ricevevo continuamente sms e telefonate che chiedevano notizie. Col senno di poi, mi ero resa conto che invece di rilassarmi mi innervosivo moltissimo. E infine avevo una lista di persone da non chiamare. Mia mamma, perché ogni volta che le parlavo mi sembrava di respirare la sua paura – con il primo parto avevo impiegato tutte le mie energie per mettere la paura sotto il tappeto, lei pensando di far bene, al telefono me l’aveva fatta tirare fuori facendomi parlare, ero diventata un fiume in piena ma a parte il “comandarmi” di fidarmi del personale, lei non era riuscita a calmarmi, così ero arrivata in reparto in preda all’angoscia senza che riuscissi nemmeno ad ammetterlo. Più stupidamente, mi ero messa in testa che nella lista di persone c’era anche la terapeuta. Ho avuto la saggezza di cambiare idea, ma di nuovo le circostanze si sono messe di mezzo e non siamo riuscite a sentirci in tempo. Però sono stata contenta di aver saputo cambiare idea.
Invece di nascondere l’angoscia, ho cercato di parlarne. È stata determinante mia sorella.
Le ho detto che facevo gli incubi perché, sapendo stavolta prima che il baby era un maschio, mi sembrava che nostra mamma e nostra zia mi avessero trasmesso perfino più forte la paura di ripetere la storia famigliare. Ogni dettaglio che – fino all’ultimo – inavvertitamente mia mamma sottolineava con la prima esperienza di mia nonna, più il pensiero della conversazione con mia zia – mi scatenavano dentro una tempesta di pensieri orribili. Era come se al di là delle parole dette, che erano scelte per essere incoraggianti, sentivo che la sfiducia di fondo di mia mamma rosicchiava la fiducia che nutrivo verso l’ospedale in cui andavo e la figura che avevo scelto, l’ostetrica Karin. Sapevo con certezza che non sarei andata da nessuna parte se avessi continuato a sentire quelle sirene: non mi importava tanto di ripetere il cesareo, quanto di ritornare in uno stato di angoscia totale in cui c’era il terrore di morire o di essere responsabile della morte del baby.
In una lunga sequenza di sms, mia sorella mi aveva fatto presente che al di là di quello che dicono mia mamma e mia zia, sono io stessa ad avere un problema di ansia. Non mi faceva piacere sentirmelo dire, ma effettivamente mi era servito. Soprattutto, mi aveva fatto presente che nostro zio era nato durante la guerra,  probabilmente nel ’43 o ’44. Negli ospedali non c’erano molti dei disinfettanti che noi oggi diamo per scontati. Sarebbe probabilmente sopravvissuto, se fosse nato solo un paio d’anni più tardi. (In “Vestivamo alla marinara” Susanna Agnelli, infermiera diplomata, raccontava che subito dopo la guerra aveva letto che in America avevano appena scoperto un prodotto in grado di far guarire le infezioni in un tempo straordinariamente breve. Lo riferiva a un medico e questo le rispondeva “E lei ci crede? Dio mio, quanto deve essere stupida”). E anche per nostro cugino, nessuno è mai riuscito a stabilire una connessione sicura fra la sofferenza durante il parto e la sua epilessia, dato che nella famiglia del marito di mia zia c’erano stati alcuni casi. Queste parole mi avevano calmato e permesso di prendere le distanze dall’agitazione: qui c’era neonatologia, ed essendo un ospedale potevo star sicura che in caso di avvisaglie negative, avrebbero agito di conseguenza. Forse proprio perché la possibilità era diventata più remota, si affaccia un pensiero difficile, e cioè che se fosse capitata una disgrazia, sarei sopravvissuta. Ammaccata e stranita come mia nonna, ma sarei sopravvissuta. Ma è un pensiero che si affievolisce, perché tutte le ostetriche avevano sempre ripetuto: la priorità assoluta è la sicurezza del bambino. Qui c’è neonatologia. Con i disinfettanti.
A partire dal controllo 40 + 0, sento distintamente che l’unica cosa che mi fa stare meglio è…  andare in ospedale per i controlli. Non saprei dire bene perché. Credo che in ogni singola occasione mi sento rassicurata da persone gentili e sorridenti. I ginecologi che mi visitano sono positivi: i valori sono a posto, la pressione è a posto, il bambino non è macrosomico, non c’è nessuna fretta, dal primo parto sono trascorsi quasi cinque anni per cui una rottura d’utero è improbabile: ci sono tutte le condizioni perché questo sia come un primo parto. Avevo fatto il colloquio per l’epidurale, in cui  un’anestesista molto timida e nervosa ci aveva avvisato di calcolare circa un’ora da quando viene chiamata a quando può effettivamente presentarsi in reparto: questa informazione, che lei presentava come negativa, aveva avuto l’effetto di rassicurarmi ulteriormente sul fatto che per loro era una procedura di routine. In televisione vedo uno straordinario documentario sull’effetto placebo e mi sembra di vivere una situazione simile. Osservo le decorazioni sui muri: una specie di fiume – o di vento – è disegnato lungo tutte le pareti. In questo fiume ci sono figure femminili che si abbandonano alla corrente. Ogni tanto una donna ne prende in braccio un’altra.
Al controllo 40 + 2, ricevo un sms da Karin, che mi chiede se sento qualcosa. Fin dal primo incontro lei aveva messo le mani avanti per non creare illusioni: non avendo avuto contrazioni al primo parto, avevo il 50% di possibilità che si avviassero nel secondo in quanto l’utero non conservava memoria di un’attività precedente. Le rispondo che sento un calore alla schiena simile a quello delle mestruazioni.
Da qualche settimana faccio sedute di agopuntura proposte dall’ospedale, quando dico all’ostetrica di aver superato il termine, mi pianta l’ultimo ago nella mano sinistra “avvitandolo” sulle ossa del pollice. Ahi! Cerco di andare ancora a ginnastica e camminare tutte le sere, arrivo stanca ma sento che mi fa un gran bene. Con Marlon la sera proviamo i massaggi del “metodo Bonapace” poi provo la respirazione yoga e se non riesco a dormire attacco una sequenza di mp3 new-age (mai fatto prima, ma fa effetto, penso anche perché non l’associo a nessun ricordo). L’ostetrica al corso preparto ci aveva consigliato di mangiucchiare durante il travaglio e mi aveva sussurrato all’orecchio di nascondere della cioccolata per Marlon – in valigia ci finisce confezione di “palle di Mozart” un po’ per ridere, un po’ per immaginarmi in sala parto. Inizio a dirmi che tutte le scadenze lavorative che continuano a frullarmi in testa non devono necessariamente essere concluse “prima” ma possono esserlo anche “dopo”.
Al controllo 40+7, vado in ospedale. Il caldo ai reni continua e ogni tanto sento qualcosa alla pancia che mi fa cambiare il respiro. Chi mi mette il monitoraggio è la stessa ostetrica che avevo incontrato al mio primo ingresso in quell’ospedale, e che mi aveva presa per mano per accompagnarmi dalla caposala perché non capiva quello che dicevo. Mi sembra molto più bella – o me la ricordavo più brutta? Ma sono sicura che sia lei. Ha molta fretta e pasticcia, salta il mio turno e le dico che forse non l’ho sentita quando mi ha chiamato. Mi sorride mentre mi allaccia la cinghia.
Siedo guardando la finestra e mentre aspetto, sento la pancia che si arriccia e inizio inavvertitamente a soffiare. Il tracciato segna chiaramente un’ampia curva. La volta precedente erano delle scosse microscopiche che l’ostetrica aveva attribuito ai movimenti del bambino, e in effetti non avevo avvertito niente del genere.
Questa curva invece è un dato oggettivo. Non stavo sognando. È una contrazione. Leggera.
Mi sono commossa. 

lunedì 1 dicembre 2014

e’ timida e non ha il coraggio di guardarci in faccia

Questo sara’ un lunghissimo racconto della nostra avventura di genitori adottivi, in cerca della bambina desiderata da sempre.
La nostra avventura e’ iniziata nel lontano 2000, quando dopo inutili tentativi di fecondazione, preghiere e ricorsi a tutto il possibile, per non parlare dei soldi e dello stress, abbiamo dovuto arrenderci alla realta’ di un figlio naturale impossibile.
L’idea dell’adozione mi aveva sempre attirato, quindi dopo una discussione e valutazione dei pro e contro abbiamo deciso di iniziare la lunga trafila dei documenti, colloqui con il Giudice del tribunale Minori, psicologa e assistente sociale finche’ dopo un anno abbiamo finalmente ricevuto l’idoneita’ all’adozione. Dopo aver verificato la carenza di bambini adottabili in Italia e vista l’esperienza positiva (piu’ o meno) di una coppia di amici che hanno adottato un bimbo ucraino abbiamo dato il mandato a una Associazione che si occupa di adozioni con l’Ucraina.
Abbiamo avuto cosi tanti problemi e incidenti di percorso che non voglio raccontare o ricordare ma…finalmente e’ arrivato il momento di partire: 2 luglio 2004.

mercoledì 25 dicembre 2013

MontyPython "Birth"




ANNOUNCER: Part One: The Miracle of Birth.

OBSTETRICIAN: One thousand and eight!

NURSE #1: Mrs. Moore's contractions are more frequent, doctor!

OBSTETRICIAN: Good. Take her into the Foetus Frightening Room.

NURSE #1: Right.

OBSTETRICIAN: Thum, thummm, thummm, thum, thummmm, thummmmmm. Thum, thummm. Thummm. Jolly good.

DOCTOR SPENSER: Bumm, bumm, bumm, bumm, bum--

OBSTETRICIAN: So, it's a bit bare in here today, isn't it?

DOCTOR SPENSER: Yes.

OBSTETRICIAN: Yes. More apparatus, please, nurse: the E.E.G., the B.P. monitor, and the A.V.V.

NURSE #1: Yes. Certainly, Doctor.

DOCTOR SPENSER: And, uh, get the machine that goes 'ping'.

OBSTETRICIAN: And get the most expensive machines, in case the administrator comes.
[clunk]
That's it. Bring in the other machines. Right over here.

DOCTOR SPENSER: [whistling]

OBSTETRICIAN: That's it. Just behind me... Lovely. Lovely. Jolly good. That's better. That's much, much better.

DOCTOR SPENSER: Yeahhh, that's more like it.

OBSTETRICIAN: Eehhh. Still something missing, though.

DOCTOR SPENSER: Hm?

OBSTETRICIAN: Hmmm. Mmmmm.

[snap]

OBSTETRICIAN and DOCTOR SPENSER: Patient!

venerdì 8 novembre 2013

quell'esserino accanto a me con la faccia da tartaruga

Lo scrivo perchè mi va di mettere giu' i ricordi quando ancora sono freschi. E' un raccontomolto duro, non è stata una passeggiata, per nulla. Credo ceh non ripetero' mai piu' l'esperienza ma sono felice che sia andata così. Rifarei tutto quello che ho fatto. Volevo un parto che fosse un'esperienza esistenziale e l'ho avuta. E'stato un viaggio fuori di me , atroce ma importante. Se vi impressionate non leggete il seguito. Tutto ha inizio domenica 25. La mattina dopo mi aspetta linduzione e decido il tutto per tutto per evitarla. Massaggi di acupressione, rapporti e olio di ricino. Inizio con due cucchiai alle 18 e poi faccio lamore e poi altro cucchiaio e alle 11 decido di dormire. La mattina dopo ci dobbiamo presentare alle 6.45 in ospedale.. Dopo qualche minuto iniziano dolori già abbastanza forti, li riconosco, sono loro. Prima ogni 10 minuti e ma tento di dormire e non capisco ogni quanto arrivino. A mezzanotte mi devo alzare e inizio col camminare su e giù. Avevo paura che mettendomi nella vasca calda si fermassero.. Poi perdo un po di sangue e Teresa non si muove quindi chiamo lospedale. Meglio andare Alle due chiamo Marco e tempo 20 min siamo a Lugo. Il tracciato evidenzia contrazioni ogni 5 /7 min.. Non cè un letto libero in reparto e le sale travaglio/parto sono entrambe occupate. Ci mettono momentaneamente in una sala parto, molto sala operatoria. Non mi piace, è freddo e buio. Siamo frolli da sonno ma intanto le contrazioni sono diventata molto dolorose. Cammino su e giù respirando e cantando il canto carnatico. Aaaaaaaaaaaaa, aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa, aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

martedì 29 ottobre 2013

mi sono sentita gelosa di mia figlia

La mia esperienza è stata pessima, così terribile da aver condizionato negativamente il primo anno di vita di mia figlia, da avermi lasciato dentro il ricordo di una macelleria più che di un parto e da aver compromesso, spero non definitivamente, la possibilità di avere un secondo figlio in futuro, in quanto l'idea di subire nuovamente quello che ho patito quella notte mi atterrisce. Mi ero informata per tempo, consultando le ostetriche in più di un'occasione, dell'approccio della clinica in merito all'anestesia (che mi era stata garantita), alla libertà accordata alla partoriente (mi era stato detto che mi avrebbero lasciato partorire nella posizione a me più congeniale, indipendentemente dall'epidurale), che avrebbero rispettato le mie idee riguardo l'utilizzo di farmaci e tecniche non fisiologiche (rottura del sacco, ossitocina, manovre, ecc) Sono stata ricoverata la mattina verso le 9, mia figlia è nata più di dodici ore dopo, nulla di strano se non fosse che:

domenica 22 settembre 2013

c'è sempre un buon margine per recuperare

il 24 febbraio del 2006 il mio piccolo Alberto decide con 3 giorni di anticipo sul termine che è giunto il momento di scoprire il mondo e....con un calcetto rompe il sacco amniotico, iniziano le contrazioni e per me accompagnate da un vomito continuo che non mi lascia tregua, sono le due di notte, dopo un paio d'ore dall'inizio del travaglio io e mio marito capiamo che è arrivata l'ora di andare in ospedale.

arrivata in ospedale la dilatazione è di soli 4 cm..."come solo di 4, sto male come una bestia..." urlo, mi dimeno, continuo a vomitare e supplico che mi facciano l'epidurale (mai lo avrei pensato prima di essere in travaglio...ma l'anestesista non è reperibile e mi propongono di entrare "in vasca"....io sul momento urlo che no, non me ne frega niente della vasca, volgio l'epidurale!!!!! mio marito, non so bene come, santo uomo invece riesce a ricordarmi che fin da quando ci siamo conosciuti sognavo di partorire in acqua e scherzando mi ricorda che Alberto nasce sotto il segno dei pesci quindi.....
allora "ok ok, riempite la vasca"
dopo 10 minuti mi infilo tra una contrazione e l'altra nell'acqua a 37 gradi, una favola....non mi sembra nemmeno più di essere in travaglio, come per magia le contrazioi sono meno forti....eh già, addirittura si fermano...
panico... il bambino soffre...bisogna uscire dall'acqua...
panico...
improvvisamente la sala parto si riempie di gente...ostetriche, capo ostetrica...ginecolo ga....mai bello che un ginecologo si affretti per raggiungerti in sala parto se non lo hai chiamato tu per affetto o amicizia....

ok, la dilatazione c'è, siamo pronti, ma le spinte?!?!?!